Gay & Bisex
Heimat - 7
04.12.2025 |
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"Tutto era cominciato dall’arresto di suo padre, poi la fine con Benedetta e adesso che stava cominciando a dare un nome a quel filo rosso e inspiegabile che lo legava a Enrico, ecco, quel..."
Sul “Pendolino” che mi riporta a casa da Torino riesco a malapena a sedermi prima di lasciarmi andare ad un pianto disperato. Ho convinto i miei a lasciarmici andare, da solo.
La cosa ha generato non poche tensioni, mio padre favorevole che dietro la porta scorrevole della cucina continuava a tranquillizzare mia madre, in fondo Matteo lo abbiamo conosciuto quest’estate, è venuto anche a cena da noi, non c’è niente di male se Enrico va a trovarlo. È grande e coscienzioso ce l’ha dimostrato.
Mia madre invece continuava a ripetere che no, a 16 anni non si va da soli a Torino a fare un weekend a casa di uno sconosciuto. E poi coscienzioso cosa, te lo ricordi cos’è successo l’anno scorso a casa dei Fini? Che vergogna, non farmici pensare.
La contrattazione è stata lunga e sanguinosa e sfociò in un biglietto di andata e ritorno in giornata. Prendere o lasciare, la notte fuori, Enrico, in un’altra città non la fai. O così, o niente.
E come si dice dalle mie parti, piuttosto che niente è meglio piuttosto.
Arrivai a Torino abbastanza presto in mattinata, fuori dalla stazione di Porta Nuova c’era Matteo ad aspettarmi appoggiato a quella Polo, macchina del tempo, che quest’estate ci ha fatto volare negli iperspazi dell’amore.
Mi prende e mi stringe senza ritegno: quanto ci siamo aspettati, quanto abbiamo idealizzato questo momento.
Facciamo subito un salto a casa sua, la sua prima casa da solo, presa in affitto per scappare da quel paesino di montagna che lo soffocava: trenta metri quadrati in Corso Castelfidardo, proprio di fronte alla facoltà di Ingegneria che aveva appena iniziato a frequentare.
Appena entrati e cominciato il brevissimo home-tour, ché la casa constava di soggiorno con angolo cottura, camera e mini-bagno, cominciarono i baci, le toccate, i vestiti – voilà – sparirono e ci ritrovammo sul letto a fare di nuovo l’amore come quest’estate.
Di tutti i giocattoli che Dio ha fornito all’uomo, il mare e il sesso sono i due più eccitanti perché non si finisce mai di conoscerli, di esplorarli e di perdercisi dentro. Ed io amavo perdermi con le labbra sulle scapole di Matteo, smarrirmi sul suo pube e disintegrarmi nella luce dei suoi occhi. Occhi belli, occhi tristi, occhi vogliosi, occhi spenti. C’era qualcosa che non andava in entrambi, il furore erotico di quest’estate non si era chetato ma c’era qualcosa che ci impediva di raggiungere quelle vette di piacere. Una parte di me era lì e pensava che lì fosse l’unico posto in cui valesse davvero la pena essere. Una parte di me non riusciva ancora a togliersi di dosso gli occhi di Carlo seduto in pizzeria che, in quei discorsi sciocchi da playboy di periferia che cercavo di disinnescare, guardava l’alba delle proprie certezze naufragare apparentemente per sempre.
Finii per sentirmi in colpa, mentre girato a pecora potevo vedere il nostro riflesso nel vetro semiappannato e rigato dalla pioggia che incessantemente allagava Torino. Finimmo senza troppo coinvolgimento, né suo né mio.
Che cosa ci stava accadendo? Dov’erano Enrico e Matteo di quest’estate che con un solo abbraccio erano capaci di squarciare lo spazio-tempo e volare per le galassie, sfiorare le stelle, dare nomi alle costellazioni e ritornare sfiniti a fumare una canna in pineta a Milano Marittima?
“Sai Enri, ci ho pensato tanto” disse Matteo con la voce rotta dal dolore mentre sparecchiava i piatti coi rimasugli di un risotto in busta cotto senza troppa perizia, “è difficile andare avanti così: stiamo lontani, troppo lontani. I tuoi non ti lasciano venire qui e io non riesco a venire da te, ma non possiamo mica vivere una relazione al telefono o via sms… mi capisci vero?”
Annuivo con poca convinzione, mentre vedevo l’immagine di Matteo quasi sbiadire durante la chiacchierata, come un fantasma che si sfa. Trattenni il pianto, l’amarezza, la rabbia. A me Matteo piaceva, piaceva da impazzire, con quel fare da uomo e gli occhi da ragazzo. Con la barbetta e i capelli pieni di sogni da realizzare. Mi faceva sentire bene, mi faceva sentire migliore.
Come faceva Carlo una volta.
“Perché non dici niente? Vuoi un bicchiere d’acqua? Scusami se sono stato un po’ diretto ma non sapevo come dirtelo e soprattutto non volevo dirtelo per telefono o via messaggio. Siamo migliori di così, non trovi?”
Mi riaccompagnò al treno mentre, sommessamente, iniziavo a singhiozzare.
“Non fare così ti prego, non è facile neanche per me. Ma sono io quello più grande e sento una responsabilità anche su di te. Chissà quanti ragazzi della tua città vorrebbero conoscerti, uscire con te, fare l’amore. Non fossilizzarti su di me, è impossibile tra noi. Purtroppo. È impossibile.”
E mentre come un mantra ripeteva l’aggettivo “impossibile”, mi abbracciava e con un gesto un po’ teatrale faceva ciao dal finestrino. Lo vidi sparire tra le gocce di pioggia che sembrano uguali e poi ognuna, diversa, prende la sua strada e va sul vetro disegnando righe diverse, poi magari si ri-incontra con la sua vicina o magari no. Mai più. Impossibile.
E mentre fuori il giorno muore, infilo le cuffiette dell’iPod e mi lascio andare al pianto disperato che da ore stavo covando.
Fuori dalla stazione i miei genitori mi aspettano in auto. Mio padre al volante della sua vecchia Volvo, mamma seduta a fianco.
“Com’è andata amore?”
“Andiamo a casa per favore”
Papà si girò verso mamma come dire “Te l’avevo detto che finiva così” e lei nel suo cappotto in lana bouclé fece spallucce.
Non andava certo meglio a scuola, la matematica non sarà mai il mestiere di Venditti e nemmeno il mio che inanello un’insufficienza dietro l’altra e ho Carlo che mi detesta e il cui pensiero non mi lascia libero un attimo.
È l’ultima cosa che i miei occhi visualizzano prima di addormentarmi e la prima che vedono quando li apro al mattino. Letteralmente intendo, perché ho attaccato una nostra fotografia al compleanno della Vale sulla mensola sopra il letto con un doppio giro di scotch.
“Ma che cazzo stiamo facendo, me lo spieghi?” gli chiedevo guardando la sua fotografia ed era l’unico modo per parlare con lui perché ero diventato trasparente.
E mentre io mi dannavo per cercare di capire come recuperare con lui, dall’altra parte della città nella sua stanza mansardata, Carlo si rigirava nel letto incazzato come non mai. Gli succedeva spesso di avere quella rabbia lì. Tutto era cominciato dall’arresto di suo padre, poi la fine con Benedetta e adesso che stava cominciando a dare un nome a quel filo rosso e inspiegabile che lo legava a Enrico, ecco, quel coglione rovina tutto. Tutto! Per cosa poi? Per un bellimbusto di Torino che chissà quanta gente si è scopato dall’estate ad oggi. E lui lì, col suo eterno rotolarsi nelle lenzuola come agnello nel kebab, a struggersi per un sentimento che nemmeno sapeva come si chiamava. Ma che voleva, voleva fortissimamente. In quella rabbia c’era posto solo per Enrico, per un abbraccio, per quei baci sul collo e maledetto me che quella sera gli ho detto di no, che sulla bocca non mi andava. Che coglione che sono, pensava. Quanto lo volevo quel bacio. Almeno quanta paura mi faceva. Io non sono così, non sono gay, non sono come lui. O forse sì, o sono anche peggio di lui perché lui ha il coraggio di dirlo, di vivere e io no. Io mi nascondo come un topo, pensava, io mi nascondo qui nella mia camera e non so più vivere senza Enrico e lo vedo, lo immagino in ogni film porno che vedo. È lui a gambe aperte scopato dai neri, è lui che si fa venire in faccia nelle gangbang, è lui che fa una sega a un ragazzo ceco dentro una cabina telefonica ammaliato dalle banconote che quello gli offre per spingersi sempre più in là, è lui che si masturba su una poltroncina di velluto blu e si schizza il petto. È sempre lui. E io non posso fare a meno di sognarlo, di masturbarmi pensandolo. Ma non riesco nemmeno a parlarci e a scuola lo evito perché mi ha ridotto così, a stare male per lui. Quando invece lui, a me, mica ci pensa.
Stupidi, stupidi noi che piangiamo disperati, ognuno nella sua cameretta e dell’orgoglio facciamo una bandiera.
Perché è ovvio che anche io, nella mia camera non posso fare a meno di pensare a Carlo, ai suoi occhi piantati come due fucili nei miei, alle sue mani, alle sue labbra che scorrono sul mio collo, alla sua lingua nell’orecchio. E il suo profumo. Il suo profumo che sento ovunque. E quando lo sento il mio cazzo freme, s’indurisce, sgocciola come un rubinetto che perde, incessante, goccia dopo goccia finché non devo trovare anche io un riparo, un cesso, una stanza vuota dove chiudermi, tirarlo fuori e segarmi pensando a Carlo. A tutto quello che gli farei, a tutto quello che mi farei fare, alle fantasie che potremmo realizzare e a tutti i giochi erotici che ancora non esistono e che c’inventeremmo noi, ragazzini perduti in una passione senza senso e senza nome. Scomodare l’amore a sedici anni o poco più è da incoscienti, eppure perché non riusciamo a non pensarci?
E tra un fallimento di trigonometria e l’altro incrociandoci nel corridoio tra i banchi, tutti e due abbassiamo lo sguardo per non riconoscerci perdutamente appartenenti l’uno all’altro. Camminiamo così, a testa bassa, ancora una volta, con gli occhi inclinati a π/4.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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